>> POST FESTIVAL BECKETT a MACERATA: una riflessione della Monteverdi

da http://www.ateatro.it/ del 02/06/06
Beckett 100: Beckett a I-Mode Visions 2006
All'Accademia di Belle Arti di Macerata di Anna Maria Monteverdi Cambio di testimone per le celebrazioni del centenario di Beckett, passato dal Teatro Studio di Scandicci all’Accademia di Belle Arti di Macerata. Massimo Puliani, direttore della sezione Multimediale, ha coordinato infatti, dall’11 al 13 maggio, un ben articolato e ricco programma di eventi in omaggio al drammaturgo e regista irlandese che va a colmare un colpevole silenzio commemorativo ad opera di Teatri Stabili e Festival. L’occasione era data dalla pubblicazione del volume collettivo curato da Puliani stesso in collaborazione con Alessandro Forlani, della monografia Beckett per la Halley Editrice e dall’annuale esposizione dell’Accademia di Macerata I-Mode visions. Il libro, dalla grafica accattivante nera e blue elettrico, raccoglie testi sia inediti e che editi ma ormai introvabili, relativi al Beckett “multimediale”, ovvero a quella produzione televisiva e di radiodrammi caratterizzata da vere e proprie operazioni di rottura e di radicale innovazione linguistica e considerate a buona ragione da molti artisti soprattutto video, un riferimento obbligato. Il programma prevedeva proiezioni di rare videodocumentazioni delle più svariate interpretazioni delle piéce beckettiane ad opera di nomi di spicco della ricerca teatrale mondiale oltre ai videplays diretti dallo stesso Beckett per la televisione (da Ehi Joe all’enigmatico Quad, a Ghost trio). Parte integrante di I-mode Visions era il concorso di corti (in video e in animazione) creati dagli studenti dell’Accademia e liberamente ispirati a Beckett; a conclusione delle giornate al Teatro Lauro Rossi di Macerata sono andati in scena: Endgame.End di Fabrizio Bartolucci e Trittico beckettiano diretto da Giancarlo Cauteruccio (Atto senza Parole, Non Io, L’ultimo Nastro di Krapp). Omaggio a Beckett anche da parte di un docente dell’Accademia e assai noto comunicatore multimediale, Carlo Infante, che ha offerto una performance on line realizzata usando la piattaforma Mondi virtuali.com e invitando presenti e utenti a distanza, a un viaggio virtuale in grafica animata 3D e in chat dentro le opere, o meglio dentro i punti di vista sull’opera di Beckett. Il tour prevedeva soste dentro contributi in forma di clip video incastonati negli ambienti virtuali creati dagli stessi studenti del suo corso, Performing media. Una sorta di dimora virtuale o se vogliamo un palcoscenico da attivare grazie a banche dati spazializzate: un esempio di un diverso e futuribile modo di fare didattica, con temi organizzabili per aree interattive e intercomunicanti in modalità, per definizione, aperta. Naturalmente si tratta di una piattaforma condivisa in connessione remota la cui strutturazione architettonica e le cui modalità interattive devono essere ridefinite e riprogettate ogni volta affinché sia sempre il contenuto –come ricordava Kandinskij - a determinare la forma. Il concorso I modi della visione ha visto poi, la partecipazione di 14 opere video di studenti dal 1 al 4 anno dell’Accademia. Sono risultati vincitori: Ceci n’est pas theatre di Alessandro Tesei, un folle non-racconto con citazioni esplicite alla cinematografia comico-grottesca italiana (da Ciprì e Maresco a Trosi a Fellini) con un ritratto di Estragone e Vladimiro tra L’albero degli zoccoli di Olmi e Cinico Tivù. Più aderente alla poetica di Beckett e al suo senso di sospensione e di inutilità o ineffabilità della vita e di ogni agire, nell’opera in grafica 3D animata premiata per la ricerca e l’innovazione: Senza titolo di Marco Menco: scarpe senza gamba vagano in un eterno circolo senza inizio né fine.

Anna Maria Monteverdi

>> Articolo di Giannangeli sul Festival di Macerata

da IL MESSAGGERO Venerdì 12 Maggio 2006 Macerata/ Si chiude I-mode visions Beckett tecnologico al “Lauro Rossi” con il gruppo Krypton

di PIERFRANCESCO GIANNANGELI

La sottrazione, il gesto essenziale e purificatore, lo sguardo che penetra la carne: possono essere considerati alcuni tra gli elementi fondanti del teatro. Un'ulteriore, altissima testimonianza di ciò si è avuta ieri all'Accademia di Belle Arti, dove è cominciata la due giorni dedicata a Samuel Beckett nel centenario della nascita, inserita nell'ambito della terza edizione del festival “I-mode visions”. Uno degli elementi centrali della giornata è stata infatti l'analisi di “That time”, folgorante spettacolo di un quarto d'ora diretto da Gerald Thomas e interpretato da Julian Beck (fondatore del mitico Living Theatre insieme alla moglie Judith Malina) poche settimane prima di morire. Si è discusso infatti dell'edizione del 1985 del breve, ma intenso, testo di Beckett. Si tratta dell'ultima interpretazione di Beck, il cui corpo era già minato in profondità dal cancro che l'avrebbe ucciso. Sono stati momenti di grande intensità ed emozione, che hanno controbilanciato il rigore scientifico della mattinata, quando all'Auditorium Svoboda su è discusso di “PlayBeckett”, interessante libro di Massimo Puliani ed Alessandro Forlani. Un volume che si muove sul filo delle “provocazioni multimediali” che possono scatenarsi quando si maneggiano i materiali beckettiani. E' una chiave di lettura certo insolita e originale ma, in quanto tale, assai stimolante. E questa sera “I-mode visions” si conclude con una sorta di serata di gala.
Al teatro “Lauro Rossi”, ore 21, dopo la premiazione dei vincitori del concorso “I modi della visione” i cui quattordici “corti” sono stati esaminati ieri sera dalla giuria presieduta da Anna Maria Monteverdi va in scena il “Trittico beckettiano” della Compagnia Krypton.
Lo spettacolo è diviso in tre parti, ciascuna dedicata a un testo di Samuel Beckett: “Atto senza parole I” con Fulvio Cauteruccio, “Non io” con Monica Benvenuti e “L'ultimo nastro di Krapp” con Giancarlo Cauteruccio, che di “Krypton” è il regista. Attenzione puntata sul rigore dell'esecuzione con le pagine di Beckett, così dense di profondi significati, non si può fare altrimenti e sugli elementi scenici e visuali, nella migliore tradizione di una compagnia che è giunta al suo sesto appuntamento con la drammaturgia dell'autore dublinese. In precedenza, alle cinque del pomeriggio, nella sede dell'Accademia, in via Berardi, verrà presentato un progetto di “digital story telling” che si intitola “Play Beckett nei mondi attivi (chat 3D)”. L'ideatore è Carlo Infante, grande esperto di nuove tecnologie, spesso applicate al teatro. Il resto del programma, dalle ore 11, prevede un focus sui radiodrammi e sui film firmati da Beckett.

>> Beckett e Keaton: fuori e dentro Film

Beckett e Keaton: fuori e dentro Film
di Alessandro Forlani

“Non ho la minima idea di cosa il film voglia dire.”
Buster Keaton


1. Dalla sceneggiatura al film

Film, contributo unico di Samuel Beckett alla Storia del Cinema, segna il principio nel 1964 del rapporto fra il drammaturgo irlandese e il mezzo cinematografico; il grande schermo o il video – in anni successivi – la scrittura e la regia filmica. Rapporto che si sviluppa nell’arco di un ventennio in cinque drammi televisivi: Eh Joe (1965); Ghost Trio (1976); …but the clouds… (1976); Quad (1981); Nacht und Traòme (1982); l’adattamento Was Wo (1985) . Le esaustive Note alla sceneggiatura del cortometraggio, complete di diagrammi disegnati relativi all’assetto del set, le dimensioni dello stesso, i movimenti delle figure in scena e della macchina da presa; idee sulle inquadrature da usare e il “disegno luci” testimoniano, da parte di Beckett, del rigore, la cura, la precisione, la presenza di sempre nell’elaborazione del testo e a seguire la messa in scena. A proposito del “metodo” beckettiano applicato a cinema e televisione Bertinetti sottolinea:

“Nei lavori per la televisione Beckett assume un controllo totale sulla forma drammatica. La libera interpretazione di attori e regista del testo teatrale qui praticamente sparisce. Ogni movimento degli interpreti, ogni movimento della telecamera, è definito con precisione assoluta, in maniera che tutto concorra a produrre il risultato che Beckett aveva concepito e immaginato: la “lirica visiva”, per comunicarci la sua poesia, non potrebbe che essere realizzata in quell’unico modo. Altrimenti il senso si perderebbe e non scatterebbe l’incanto”.

Il mezzo cinematografico, ovvero, come perfetto strumento per rispondere a quella necessità che è peculiarità e forza dei testi beckettiani; in cui tutto ciò che vi si trova non può essere né modificato né abolito. Ciò è vero nei teledrammi più maturi: con Film si dà però (senza per questo voler negare l’assunto di Bertinetti) un’eccezione: in ragione probabilmente del fatto che è “prima prova” e della poca dimestichezza di Beckett – ancora nella prima metà degli anni ’60 – con i problemi del fare cinema e televisione.

Un tentativo, un esperimento? Si trovano elementi, nella storia della realizzazione del film com’è riportata dal regista Alan Schneider nonché nel confronto fra sceneggiatura e pellicola, che inducono a considerare Film in questo senso. Il titolo lo suggerisce: Film soltanto come a dire, con terminologia laboratoriale, “prototipo”. Un invito alla cautela ci viene dallo stesso Beckett: che ammette, ancora nelle Note, di “esagerare forse le difficoltà a causa della mia ignoranza tecnica”. Per tacere del fatto che anche Schneider, in quel Luglio del 1964 a New York quando iniziano le riprese, è al suo esordio alla macchina da presa.
Film rivela le trasformazioni cui la necessità beckettiana, nell’apprendimento del nuovo linguaggio cinematografico, ha saputo, voluto e dovuto sottoporsi. Consideriamo di seguito le più evidenti e significative. (...)

Tratto dal Volume PlayBeckett


PLAYBECKETT
visioni multimediali nell’opera di Samuel Beckett
Pubblicazione di HALLEY EDITRICE


- LE CRITICHE a PlayBeckett: su IL DOMENICALE - rispondono Puliani e Platania


>> su IL DOMENICALE: "ParaOcchi" per Beckett.





Sulla recensione di Massimiliano Parente apparsa ne IL DOMENICALE (non) risponde Massimo Puliani
Libero il giornalista nel non considerare Beckett dal punto di vista Multimediale! Come dire che esiste solo un Beckett letterario. Come è? Direbbe Beckett. Non è così. Rispondiamo a Parente! E' innegabile che Beckett abbia fatto regie televisive, scritto e realizzato sceneggiature per il Cinema, creato radiodrammi e playdrammi.....! Non si è accorto il Parente quanto il personaggio Krapp abbia a che fare con la tecnologia? Eppure lo stesso Parente ci scrive un saggio sull'argomento (apparso nella stessa pagina de il Domenicale ndr) dove egli fa una comparazione fra Krapp e Warhol!!! Con Beckett ci troviano di fronte a un Autore complesso e pieno di sorprendenti curiosità linguistiche. Beckett è Narratore, Poeta, Drammaturgo, Sceneggiatore e regista televisivo! Di Beckett scrittore ci sono molti saggi autorevoli. Essendo un punto di riferimento del Novecento è assai corposa e qualificata l'analisi letteraria sulla sua opera! Sull'opera multimediale di Beckett invece il campo è ancora aperto: ed è per questo che abbiamo pubblicato una serie di riflessioni critiche sulle opere televisive e radiofoniche e cinematografiche di Beckett. Qui la domanda: E' secondario ciò rispetto alla narrativa? Forse. Sì, prima del 1965; no, dopo. Se prendiamo in esame la produzione artistica di Beckett, ad un certo punto della sua esistenza possiamo senz'altro affermare che a lui interessava molto di più il linguaggio multiespressivo che quello monoespressivo. Ma anche nella pluralità dei linguaggi utilizzati da Beckett è errato asserire che la parola è "secondaria", in quanto a volte centrale o precedente alla visione! Non saremo mai d'accordo quindi nel considerare gli Autori artisticamente solo da ...un punto di vista. E' come avere un "paraocchi", quando la capacità dello sguardo è infinita! Come dire che Michelangelo è uno scultore e secondariamente un pittore? Che del poeta Majakovskij non esista il suo spiccato interesse per la performance futurista? Che l'attività registica di Pasolini è secondaria a quella letteraria? Fin qui possiamo discutere di "idee sull'arte"; ma quando il Parente afferma nell'articolo che il nostro (mio e di Forlani) interesse per le "visioni multimediali nell'opera di Beckett" derivi dal fatto che ci occupiamo di teatro e di multimedialità, non lo fa per fare un complimento per la specificità degli autori, ma per imputarne la "faziosità degli stessi". Passiamo anche questa "faziosità" (che tra l'altro ci piace!). Ma quando scrive: " ...è come affidare a due militanti dell'arcigay un volume su Proust", la discussione non è più sul piano culturale, ma sul piano ...etico e politico! Che paraocchi!!!!!!
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Registriamo il primo intervento in merito: Federico Platania, curatore del sito www.samuelbeckett.it
Sul Domenicale del 15 aprile 2006 è apparsa, nell’ambito di un un’intera pagina dedicata al centenario di Samuel Beckett, una recensione, firmata da Massimiliano Parente, del volume PlayBeckett (Halley Editrice) di Massimo Puliani e Alessandro Forlani, cui ho partecipato con un breve scritto sull’opera teatrale Breath. A proposito dell’oggetto della recensione, la principale argomentazione di Parente è la seguente: «un discreto volume per tutti gli appassionati di cinema e videoarte che hanno voglia di trafficare con ciò che in Beckett era del tutto secondario». Voglio rispondere nei contenuti a questa sua tesi, che non mi trova d’accordo. La critica ha sempre avuto difficoltà a classificare Beckett in questa o quella forma d’arte: è stato un rivoluzionario autore teatrale, ma anche un incredibile narratore. È stato un poeta, un saggista, un regista. La tecnologia non è stata mai, nella sua opera, un accessorio, ma sempre uno strumento usato con il rigore che ha percorso tutta la sua carriera, ennesimo mezzo attraverso cui far passare la sua voce. La sempre mortificata eppure inevitabile urgenza espressiva (il suo famoso “nulla da esprimere se non che non c’è nulla da esprimere”) ha toccato anche quelli che – all’epoca – potevano essere considerati i nuovi media: radio e televisione. E, attenzione, non si parla di adattamenti di testi nati per il “nobile” teatro, bensì di pièce concepite e realizzate appositamente per questi mezzi. Fu proprio in seguito alla produzione radiofonica del suo Tutti quelli che cadono che la BBC decise, nel lontano 1956, di realizzare il Radiophonic Workshop, vero e proprio laboratorio ante litteram per la sperimentazione audio. Due anni più tardi, Beckett dimostrò una notevole sensibilità per la tecnologia facendo ruotare uno dei suoi testi teatrali più toccanti, L’ultimo nastro di Krapp, intorno ad un magnetofono, apparecchio di recentissima introduzione sul mercato e sicuramente non di uso comune. Il protagonista, uno scrittore fallito, affida il suo diario non alla carta ma a bobine magnetiche. Ancora: l’uso dello zoom in Eh, Joe (1965), prima incursione di Beckett nella scrittura per la tv (non fiction televisive, ma copioni per telecamera), campo che avrebbe esplorato fino a pochi anni dalla morte, avvenuta nel 1989. E sempre a proposito di scrittura televisiva, non si può non ricordare Trio degli spiriti scritto nel 1976 e trasmesso dal canale televisivo della BBC il 17 aprile 1977. La trama è l’ennesima variante di un’attesa beckettiana: un vecchio uomo attende la visita di una donna, la quale però non arriva (una sorta di lady Godot…). Sarà un ragazzo a giungere invece alla fine, uno spettrale messaggero, proprio come il ragazzo che giunge al termine di entrambi gli atti di Aspettando Godot. Questi pochi esempi per dire che tutta l’opera di Beckett, a prescindere dalla forma espressiva utilizzata, è animata da una profonda coerenza che rende il suo autore uno dei modelli più solidi e sorprendenti di tutto il Novecento. Quando ci si trova di fronte a una poetica così rigorosa e consapevole l’unica cosa davvero secondaria è stabilire quale aspetto è... secondario.
Federico Platania(www.samuelbeckett.it)
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>> I Vincitore del Festival PlayBeckett a Macerata

I VINCITORI:
La Giuria del Premio “I Modi della Visione”composta da Massimo Puliani, Alessandro Forlani, Pierfrancesco Giannangeli, Stefano Lucinato, Fabio Francione, Federico Platania e presieduta da Anna Maria Monteverdi ha attribuito il riconoscimento per la Miglior Opera a “Ceci n’est pas theatre” di Alessandro Tesei; per la costruzione di un progetto filmico di originale creatività e di pertinenza beckettiana, attraverso un omaggio alla tradizione cinematografica comico-grottesca italiana.
L’Opera Segnalata per la Ricerca e l’Innovazione è “Senza Titolo” di Marco Menco; per l’impiego dell’animazione 3D come mezzo espressivo di contenuti affini alla poetica beckettiana.
La Giuria ha inoltre espresso particolare menzione: - Per il montaggio e la ricerca d’archivio (filmico e stampa) dell’opera “Nosferatu: Never Ending War” di Francesco Sabbatini - Per il testo poetico dell’opera “Senza Titolo” di Natascia Giulivi - Per l’interpretazione di Remo Remotti nell’opera “Mente nel Cemento” di Alessandro Bianchi, Roberto Buzzo, Fabio Ferretti, Andrea Mattioli, Gianluca Moscoloni, Silvia Tittarelli. - Per la scrittura visiva e sonora dell’opera Dentro di Marco Di Battista

La Giuria della Consulta Studentesca dell’Accademia di Belle Arti si è così espressa: Vince il premio per la Ricerca l’opera “Bing – Being” di Andrea Alemanno. La scelta è stata motivata in quanto l’opera si è distinta per la fusione dell’immagine grafico-espressiva del suono e del video, facendo emergere una maturazione del proprio stile. L’opera riesce a coinvolgere lo spettatore attraverso la personale rilettura dell’autore della tensione beckettiana. Vince il premio come migliore opera “Nosferatu: Never Ending War” di Francesco Sabbatini. L’approfondita conoscenza della poetica beckettiana e delle tematiche storiche trovano riscontro nello studio della fotografia, dei costumi e delle ambientazioni attraverso un attento montaggio che lascia lo spettatore in uno stato ipnotico. E’ attraverso la ritualità dell’immagine che l’autore trasmette un forte messaggio sempre attuale. L
a Giuria della consulta segnala inoltre “Ceci n’est pas theatre” di Alessandro Tesei per una lettura in chiave ironica dei personaggi beckettiani e “Atavici Piccioni” di Alice Colla per aver restituito in maniera personale la riflessione beckettiana. Infine si sono poi distinti per originalità “I.....”; “Altrodamé” e il “Senza Titolo” di Marco Menco L’iniziativa è stata promossa dall’Accademia, dal Comune e dalla Provincia di Macerata e dal Teatro Stabile delle Marche.

>> LE CRITICHE A PLAYBECKETT: su LO SCAFFALE

UNA RECENSIONE AL VOLUME di Stefano Casi , da www.teatridivita.it: "LO SCAFFALE"
Buon compleanno Beckett!


Scocca questo mese il centenario della nascita del grande autore. E in libreria arriva un curioso libro di "visioni multimediali" sulla sua opera in una nuova collana tutta da scoprire. Samuel Beckett compie cent'anni. Un secolo dalla sua nascita e - aggiungiamo - circa mezzo secolo dalla folgorante comparsa sulle scene di Aspettando Godot, da quando il teatro - si può dire - non fu più lo stesso. Nato il 13 aprile 1906 nelle lande irlandesi, Beckett ha segnato la storia del teatro in maniera indelebile, e questo lo sanno tutti. Lo ha fatto prosciugando le parole all'essenziale, anzi molto al di là dell'essenziale, calandole in situazioni dove l'essenzialità era forma di un vuoto esistenziale, e anche questo lo sanno tutti. Non tutti sanno anche che Beckett considerava determinante nel suo teatro non l'angoscia ma il sorriso: e che altro sono i suoi testi o i suoi non testi se non buffi copioni per ridere del nulla? E qui avveniva (avviene) il corto circuito implacabile e geniale: si ride del nulla, di quel nulla che ci rispecchia. E allora angoscia, risate, angoscia, risate... Le stesse messinscene ondeggiano tra questi due poli alla ricerca di un equilibrio impossibile, perché poi Beckett lo sapeva bene, da impertinente e beffardo giocatore: lo spettatore è il topo ideale con cui il gatto Beckett ama giocare, fino al brivido di condurlo a immensi nulla di fronte ai quali il pubblico, attonito, rimane dubbioso: sarà una profonda metafora filosofica o il signor Beckett mi sta prendendo per i fondelli? Il genio, signori, è anche questo. Naturale quindi che in onore di uno degli autori più rivoluzionari della scena mondiale si sprechino quest'anno messinscene e omaggi. Tra le tante occasioni di riflessione, vale la pena segnalare un volume che dà il via a una nuova collana di studi e materiali teatrali dal titolo "SoQQuadri": PlayBeckett di Massimo Puliani e Alessandro Forlani (Halley Editrice; pp. 240, con dvd; euro 24; info: www.halleyeditrice.it). Il libro ha un sottotitolo che spiega subito il taglio originale dato dagli autori a quest'opera: "Visioni multimediali nell'opera di Samuel Beckett".
Oggetto del libro, infatti, non è tanto il teatro quanto quell'ampio orizzonte di sconfinamenti dell'autore verso i linguaggi della riproduzione tecnica: la radio, la televisione, il cinema. A cominciare proprio dal celebre Film del 1965, diretto da Alan Schneider e interpretato da Buster Keaton. Sconfinamenti, dunque. O non piuttosto coerenza di un linguaggio teatrale che necessita fin da subito di liberarsi della cornice scenica per approdare agli altri mezzi? E' questo il punto teorico di base del libro, che raccogliendo tutte le esperienze 'multimediali' di Beckett porta finalmente i lettori a integrare correttamente la complessità autorale dello scrittore. Per farlo, Puliani e Forlani hanno raccolto gli interventi di numerosi studiosi (da Gualtiero De Santi a Valentino Bellucci) e le testimonianze di chi ha lavorato sui testi teatrali di Beckett evidenziandone proprio le connessioni con l'immagine riprodotta, dai Magazzini a Krypton. Il libro si conclude con le necessarie videografie. A cui si aggiunge, in allegato, un interessante dvd a cura di Maurizio Failla, che comprende il remake di Film realizzato da Auretta Loria (anche in versione confrontabile con l'originale), e alcuni brani dei videoplay beckettiani per la tv tedesca".....
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>> Tutto sul Volume PLAYBECKETT:



PLAYBECKETT
visioni multimediali nell’opera di Samuel Beckett
Pubblicazione di HALLEY EDITRICE

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DEL PROFESSIONISTA in via XXII Giugno n.3 a Rimini tel.0541/52460 fax.0541/52605




INDICE:

I

PlayBeckett: folgorazione del linguaggio multimediale di Massimo Puliani

Beckett e Keaton: fuori e dentro Film di Alessandro Forlani

L’occhio selvaggio di Beckett di Gualtiero De Santi

La dimensione della temporalità di Beckett in Cascando e Quad di Danilo Caravà

Beckett, Schopenhauer e la comunicazione implacabile di Valentino Bellucci

La televisione, il cinema e la radio in Beckett di Massimo Puliani e Valentino Bellucci

Beckett regista televisivo: una conversazione con Jim Lewis a cura di Sandra Salor

Il Bianco-Nero per una cromatologia beckettiana di Valentino Bellucci

Respiro e la negazione di Oh Calcutta! di Federico Platania

All That Fall (Tutti quelli che cadono) nei crescendo del racconto radiofonico di Alessandro Forlani

“Al limite dell’udibilità”: appunti sulla musica nei radiodrammi e videodrammi di Beckett di Alessandro Forlani e Massimo Puliani

II

That Time di Samuel Beckett interpretato da Julian Beck di Anna Maria Monteverdi

Autodiffamazione e scena per Beckett (composta per Julie Anne Anzilotti) di Federico Tiezzi

Sandro Lombardi demone meridiano in Come è per la drammaturgia di Franco Quadri di Massimo Puliani e Alessandro Forlani

Krypton: punto di ri-partenza Beckett di Loredana Valoroso

Omaggio a Carlo Quartucci: Beckett Primo Amore di Massimo Puliani e e Alessandro Forlani

Finale di Partita: una sfida cibernetica a scacchi (una lettura registica) di Massimo Puliani

VideoPlay, una partitura video di Commedia di Fabrizio Bartolucci

Note a margine: il diritto d’autore e il suo rovescio (a proposito di Aspettando Godot con interpreti donne) di Massimo Puliani


III

(a cura di Alessandro Forlani)

Videografia e Filmografia di Samuel BeckettVideografia e Videodocumuntazione della produzione di spettacoli teatrali tratti o ispirati all’opera di Samuel BeckettOpere Radiofoniche Regie teatrali di Samuel Beckett


INTRODUZIONE:

PlayBeckett: folgorazione del linguaggio multimediale

di Massimo Puliani


L’iniziazione di Beckett alla grammatica radiofonica, filmica, video-televisiva avviene ... per caso (per caso? Con Beckett la parola assume un valore filosofico). Come all’origine del suo percorso drammaturgico avvolto da un’enigmatica illuminazione. Già dalla stesura di Aspettando Godot Beckett annuncia il limite della sua prosa e la necessità di superarla con la drammaturgia: “Ho cominciato a scrivere Godot per distendermi, per sfuggire all’orribile prosa che scrivevo a quel tempo. Non ho scelto di scrivere una pièce. Si è trovata così.”[1].Ora, se volessimo trovare la parola giusta per indicare quest’iniziazione di Beckett alla grammatica radiofonica, filmica, video-televisiva potremmo considerare questo percorso come una ... folgorazione. Certa inquietudine e curiosità intellettuale – la stessa che in gioventù lo interessò per esempio al severo studio di Dante, Vico, Joyce ma, anche, alle comiche di Charlie Chaplin e Buster Keaton, Stanlio e Ollio, dei Fratelli Marx – spinge Beckett, quand’anche in principio diffidente o poco interessato alla radio, al cinema e la televisione se non da spettatore fruitore, ad accettare per “provare a produrre qualcosa, oppure no: non ho mai pensato prima alla tecnica del dramma radiofonico”[2], la commissione “senza condizioni” della BBC per Tutti quelli che cadono (1956); la richiesta di una sceneggiatura cinematografica che diverrà Film della Grove Press di New York (1963); la proposta di videodramma (tele-play o video-teatro), ancora da parte della BBC, di Dì Joe (1965).Se questo può apparire in contraddizione con la spavalda affermazione di Beckett del rifiuto di lavorare su commissione, o di “insegnare ad altri ciò che io stesso non so”, è d’altra parte interessante e fattiva conferma di un’intelligenza poetica pronta a superarsi ed a mettersi in discussione.Folgorazione che, dopo la storica “prima” di Aspettando Godot nel 1953 al Thé­tre de Babylon e dopo il corpus drammaturgico composto dai più noti, rappresentati, re-interpretati e discussi capolavori del Teatro del Novecento (da Finale di partita a Giorni felici a L’ultimo nastro di Krapp, eccetera) giunge nel 1965 con Film a un punto di non ritorno. Oppure, per dirla con Franco Quadri, “all’inevitabile termine” della pièce multimediale.[3]Con i Dramaticules l’opera di Beckett approda ad un’idea dell’arte che attraversa e si nutre dei linguaggi più svariati, fino a costituirsi “genere a sé”. I Dramaticules sono sceneggiature in-finite, découpage o story-boards, pensieri letterari e microromanzi; materiali poetici per progetti sonori, visivi, materiali/immateriali come i sogni e gli incubi.Perché questo sperimentare di Beckett coi linguaggi multimediali? Perché, nella ricerca che gli è propria di perfezione, egli “dismette” a un tratto il linguaggio teatrale (nel momento, si potrebbe affermare, in cui coi Dramaticules ne comprende e addirittura supera, per sempre, lo statuto) e si arrischia ad apprenderne di più (della radio, del cinema, del video: che sono fra loro ben differenti), e nuovi? Ove il rischio avrebbe potuto essere l’incapacità di comprenderli (o comprenderli solo in parte, e male) e di padroneggiarli; con conseguente banalizzazione, appiattimento o perdita di incisività di contenuti e principi. Forse, è la risposta, per lo stesso motivo per cui egli, di lingua e cultura anglosassone, decide di abbandonare la prosa in inglese e di scrivere un dramma in francese. Ovvero per un avvertimento di insufficienza al proprio sentire strutturale e linguistico; l’anelito a un superiore grado di esattezza, definizione, necessità.Se la parola è ormai superflua, svuotata, “menzogna” (secondo una conversazione di Beckett con il cameraman Jim Lewis) e tale è il tessuto, il ritmo, il luogo privilegiato, la forma e il modo di trasmissione della parola, la via che Beckett percorre è quella dell’immediatezza dello sguardo, dell’immagine rivelata o dato visivo, del suono in sé non mediato né altrimenti tradotto.

[1] Samuel Beckett; Diario, 9 Novembre 1967, cfr Teatro a cura di Paolo Bertinetti; Einaudi, Torino 2002.


[2] Lettera a proposito di Tutti quelli che cadono all’amica Nancy Cunard, 1956. Informazione tratta da Keir Elam; Suoni fondamentali – Parole e corpo nei drammi radiofonici di Beckett; in “Sipario” n. 575 – Anno LI; C.A.M.A. Editore, Milano; Aprile – Maggio 1997.


[3] Informazione tratta da op. cit. cfr. nota 1.

qui per una parte del saggio di A.Forlani :

Beckett e Keaton: fuori e dentro Film di Alessandro Forlani“Non ho la minima idea di cosa il film voglia dire.”Buster Keaton1. Dalla sceneggiatura al filmFilm, contributo unico di Samuel Beckett alla Storia del Cinema, segna il principio nel 1964 del rapporto fra il drammaturgo irlandese e il mezzo cinematografico; il grande schermo o il video – in anni successivi – la scrittura e la regia filmica. Rapporto che si sviluppa nell’arco di un ventennio in cinque drammi televisivi: Eh Joe (1965); Ghost Trio (1976); …but the clouds… (1976); Quad (1981); Nacht und Traòme (1982); l’adattamento Was Wo (1985) . Le esaustive Note alla sceneggiatura del cortometraggio, complete di diagrammi disegnati relativi all’assetto del set, le dimensioni dello stesso, i movimenti delle figure in scena e della macchina da presa; idee sulle inquadrature da usare e il “disegno luci” testimoniano, da parte di Beckett, del rigore, la cura, la precisione, la presenza di sempre nell’elaborazione del testo e a seguire la messa in scena. A proposito del “metodo” beckettiano applicato a cinema e televisione Bertinetti sottolinea:“Nei lavori per la televisione Beckett assume un controllo totale sulla forma drammatica. La libera interpretazione di attori e regista del testo teatrale qui praticamente sparisce. Ogni movimento degli interpreti, ogni movimento della telecamera, è definito con precisione assoluta, in maniera che tutto concorra a produrre il risultato che Beckett aveva concepito e immaginato: la “lirica visiva”, per comunicarci la sua poesia, non potrebbe che essere realizzata in quell’unico modo. Altrimenti il senso si perderebbe e non scatterebbe l’incanto”. Il mezzo cinematografico, ovvero, come perfetto strumento per rispondere a quella necessità che è peculiarità e forza dei testi beckettiani; in cui tutto ciò che vi si trova non può essere né modificato né abolito. Ciò è vero nei teledrammi più maturi: con Film si dà però (senza per questo voler negare l’assunto di Bertinetti) un’eccezione: in ragione probabilmente del fatto che è “prima prova” e della poca dimestichezza di Beckett – ancora nella prima metà degli anni ’60 – con i problemi del fare cinema e televisione.Un tentativo, un esperimento? Si trovano elementi, nella storia della realizzazione del film com’è riportata dal regista Alan Schneider nonché nel confronto fra sceneggiatura e pellicola, che inducono a considerare Film in questo senso. Il titolo lo suggerisce: Film soltanto come a dire, con terminologia laboratoriale, “prototipo”. Un invito alla cautela ci viene dallo stesso Beckett: che ammette, ancora nelle Note, di “esagerare forse le difficoltà a causa della mia ignoranza tecnica”. Per tacere del fatto che anche Schneider, in quel Luglio del 1964 a New York quando iniziano le riprese, è al suo esordio alla macchina da presa.Film rivela le trasformazioni cui la necessità beckettiana, nell’apprendimento del nuovo linguaggio cinematografico, ha saputo, voluto e dovuto sottoporsi. Consideriamo di seguito le più evidenti e significative. (...)


PLAYBECKETT
visioni multimediali nell’opera di Samuel Beckett
Pubblicazione di HALLEY EDITRICE


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